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Da NOI DEI LAGER – N.3-4 /Aprile-Dicembre 2013

Le tragiche storie degli affondamenti nelle acquedell’Egeo e   dello Jonio.

 

Una pagina sconosciuta

   L’atto conclusivo della “guerra fascista”, l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943, per il modo con cui fu gestito produsse tragiche conseguenze di cui una delle più disastrose è stata il prezzo pagato da migliaia di soldati italiani, in particolar modo da quelli dislocati fuori dal territorio metropolitano. Anche se le autorità militari e politiche italiane avevano messo in conto che, nella prospettiva della resa agli angloamericani, gran parte delle nostre forze armate operanti all’estero sarebbero state sacrificate, di certo non immaginavano un costo così alto. Di fatto, nel periodo compreso tra l’8 settembre e gli inizi di dicembre del ‘43, tra le nostre forze regolari si contano oltre 20.000 perdite durante le azioni di resistenza contro i tedeschi e circa 700.000 prigionieri. Questa ingente massa di uomini  - che le autorità tedesche non considerano prigionieri ma “internati” - pur di rimanere fedeli al giuramento fatto al loro re e al proprio Paese, non si piegano alle condizioni imposte dagli ex alleati tedeschi e rifiutano sdegnosamente l’arruolamento sia nell’esercito nazista che nelle nascenti formazioni militari della Repubblica Sociale, consegnandosi ad una prigionia volontaria. La maggior parte di loro vengono destinati ai Lager del Terzo Reich o al fronte sovietico al seguito delle truppe tedesche. In 100.000 sono trattenuti in territorio balcanico dove, insieme ai “volontari ausiliari”, vengono utilizzati nelle compagnie del genio e sottoposti a lavori massacranti, a maltrattamenti e punizioni. Ma la sorte peggiore  tocca alle migliaia di italiani catturati nelle isole dell’Egeo e dello Ionio, i quali dopo mesi di dura prigionia vengono avviati alle stazioni di carico di Atene e Salonicco. Al momento del trasferimento dalle isole verso la terraferma, furono costretti ad imbarcarsi su navi di  fortuna, sovraffollate e prive di ogni norma di sicurezza. Spesso queste “carrette del mare” affondavano durante la traversata con tutto il loro carico umano sia perché si imbattevano nelle mine disseminate lungo la costa, sia perché silurate dall’aviazione anglo-americana. Durante questi affondamenti che causarono la morte di circa 13.400 prigionieri, risulta che gli addetti alla sorveglianza si sono resi responsabili di azioni spietate, sbarrando le porte delle stive dove i prigionieri erano rinchiusi o sparando sugli sventurati che fra le onde tentavano disperatamente di salvarsi. Gli scampati sfiniti dopo lunghe ore fra le onde, invece di essere sottoposti a cure urgenti, erano rinchiusi nelle carceri in attesa che altre navi li conducessero a destinazione. (Cfr. Gerhard Schreiber, I militari italiani internati nei Lager del Terzo Reich 1943-1945”, Ed. USSME, 1992)

  La dinamica degli incidenti, spaventosi bilanci

La prima tragedia sul mare avviene nella notte del 22 settembre del ‘43 sul mercantile G. Donizetti, partito da Rodi (l’isola più importante del Dodecaneso) con a bordo 1584 prigionieri italiani, fra cui quasi tutto il personale della Marina. La motonave, giunta nei pressi di Capo Prasonissi, viene bombardata da due cacciatorpediniere inglesi, Eclipse e Fury. Il bilancio è tragico: nessun sopravvissuto. Non ci è dato conoscere né i nomi delle persone annegate, di cui al momento dell’imbarco non sarebbe stata stilata una lista, né la dinamica dell’affondamento perché ad esso, come si è detto, nessuno sopravvisse. Probabilmente dai tedeschi non furono attivate immediate azioni di salvataggio.

Un’analoga tragedia si ripete pochi giorni dopo, il 28 settembre, al largo dell’isola di Cefalonia sulla nave Ardena, salpata da Argostoli e diretta a Patrasso. L’imbarcazione, che aveva a bordo 840 Internati, a circa 2,5 miglia dal porto urtò una mina provocando una spaventosa deflagrazione: 720 italiani persero la vita, mentre l’intero equipaggio tedesco si salvò (Cfr. G. Schreiber, op. cit.). Stando alle testimonianze oculari, la nave non affondò subito, per cui non è chiaro come mai ci furono tanti annegati.

 Sempre nelle acque di Cefalonia  altre navi cariche di prigionieri italiani colarono a picco a causa delle mine. Il 13 ottobre, sul piroscafo Maria Marta (per alcuni Marguerita), dei 900 prigionieri italiani 544 lasciarono la vita in fondo al mare (Cfr. G. Schreiber, op. cit.). Il 6 gennaio dell’anno seguente il motoveliero Alma si inabissa per il brillamento di una mina: le perdite italiane sono 300 in base ai dati tedeschi. (Cfr. H. F. Meyer, Blutiges Edelweiss, C.H. Links Verlag).

Nel mese di ottobre altri disastri colpiscono le navi che trasportano gli italiani catturati nelle isole dello Jonio e dell’Egeo. Il 10 ottobre, nella rada di Corfù, la motonave Mario Roselli  viene silurata da aerei inglesi mentre si stavano ultimando le operazioni di imbarco dei militari delle divisioni Acqui, Casale,  Brennero e Parma che per un mese avevano opposto resistenza ai tedeschi: su 5.500 Internati 1.302 perdono la vita.

Il 12 ottobre un altro convoglio, di cui si ignora la denominazione, con a bordo 700 militari italiani catturati a Coo (Kos) nel Dodecaneso, viene attaccato da aerei inglesi e costretto a ritornare nell’isola con 160 uomini mancanti all’appello (Cfr. M. Torsiello, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Ufficio Storico dello SME, 1975).

 Una settimana dopo è la volta del piroscafo Sinfra (4.470 tonnellate di stazza lorda), salpato il 18 ottobre con due unità di scorta da Iraklion alla volta di Rodi. La nave - che trasportava 204 tedeschi e 1932 italiani (numero che per alcuni sale addirittura a 2389!) - alle ore 22.00, a circa sette miglia dalle coste dell’isola di Creta venne attaccata più volte da  velivoli britannici con bombe e siluri. Secondo alcuni testimoni oculari, durante il primo attacco le bombe non colpirono direttamente l’imbarcazione, ma caddero nelle sue vicinanze. I prigionieri ammassati nelle stive tentarono, in preda al panico, di salire sul ponte di coperta. Ma la loro fuga venne bloccata dai sorveglianti tedeschi con lanci di bombe a mano, che provocarono una carneficina tra quanti disperatamente cercavano una via di scampo.  

Un inferno di fuoco e fiamme

Durante il secondo attacco, alle 23.00, una seconda bomba esplosa nella sala macchine innescò un incendio. Questa volta, però, la massa dei prigionieri riuscì a soverchiare i sorveglianti giungendo fin sul ponte di coperta, dove però gran parte di loro furono fermati dal fuoco delle mitragliatrici.

In questo inferno di fuoco e di fiamme, molti trovarono una via di salvezza buttandosi in mare, ma in tanti annegarono per la carenza dei mezzi di salvataggio.  La memoria di un sopravvissuto, Paolo Mazza, ci restituisce quanto è accaduto a bordo della nave: «La marea di gente urlante che si agitava muovendosi col corpo e con le mani sembrava incontrollabile, anche perché i prigionieri delle stive avevano iniziato a fuoriuscire dai boccaporti e i fucilieri erano intervenuti sparando all’impazzata sui poveri indifesi (….) Nel frattempo alcuni prigionieri presi dal panico avevano incominciato a buttarsi dall’imbarcazione (…). Il mare era ormai l’unica via di scampo in quel fuoco infernale. Ma occorreva cercare un aggancio per poter resistere. Improvvisamente avvistai un grosso gommone della Marina al quale erano agganciati altri naufraghi, il cui peso lo faceva immergere nel mare a ritmo oscillante e quando riemergeva una grande quantità di naufraghi non era con esso» (P. Mazza, L’affondamento della Sinfra, Calabria Letteraria Ed).

   Da fonti germaniche risulta che tra i passeggeri della nave si salvarono solo 539 italiani e quasi tutto l’equipaggio tedesco. Non è chiaro il motivo per cui non sia stato possibile trarre in salvo un maggior numero di persone, dato che dal primo colpo fino all’affondamento della nave erano trascorse quasi quattro ore e mezza e in quello specchio di mare erano accorse diverse imbarcazioni. Per G. Schreiber la spiegazione andrebbe individuata «nell’ordine tassativo partito dal comando dell’area Egeo di salvare anzitutto i soldati tedeschi». Della strage, però, furono corresponsabili anche i bombardamenti alleati sui mezzi di soccorso e lo scoppio del materiale esplosivo imbarcato nella nave. 

Il disprezzo per la vita degli italiani

   Ai nostri militari sopravvissuti, sfiniti dalle lunghe ore tra le onde, non venne riservato un trattamento di riguardo, come appunto il caso richiedeva, ma furono invece imprigionati a La Canea e lasciati per molti giorni senza alcuna assistenza medica. Alcuni di loro - a quanto risulta dai documenti dell’archivio della Marina Italiana - sarebbero stati fucilati perché accusati di diverse colpe: aver ucciso alcuni soldati di guardia nel tentativo di uscire dalle stive, aver ostacolato lo spegnimento del fuoco e quindi provocato la perdita della nave. In seguito, ci racconta ancora Paolo Mazza, agli italiani scagionati dalle accuse infondate venne proposto di passare dalla parte tedesca «con l’obbligo del giuramento di fedeltà alla Germania e al Führer, prestato in massa sul piazzale del carcere, più nudi che coperti, in modo fugace e frettoloso. (….) Ma a quella adesione, data in uno stato confusionale e in condizioni di semiprigionia, nessuno aveva attribuito importanza e nessuno credeva, nemmeno i tedeschi».  L’elenco delle tragedie sul mare, purtroppo, non è ancora terminato. Nel febbraio del 1944, nelle acque dell’Egeo, altre gravi catastrofi colpirono le navi che trasportavano in prigionia i militari italiani.

L’8 febbraio la nave Petrella, partita alle ore 6.30 dalla base di Suda (Creta) alla volta del Pireo, a 8,5 miglia a est di Capo Trypete, venne silurata dal sommergibile inglese Portsman. Aveva a bordo 131 militari tedeschi, 34 uomini dell’equipaggio e 3173 prigionieri italiani, quasi tutti provenienti dai campi di concentramento di Mastamba. Mentre sul luogo del disastro stavano accorrendo alcuni mezzi di salvataggio, la nave venne colpita da un secondo siluro e alle 11.32 si inabissò. I tedeschi impedirono agli italiani di raggiungere il ponte di coperta lanciando nella stiva bombe a mano che provocarono un’immane carneficina. Solo quando tutto il personale tedesco fu tratto in salvo, «gli internati rimasti illesi ebbero la possibilità di buttarsi in mare, ma anche in acqua sarebbero stati bersagliati da raffiche di armi automatiche» (G. Schreiber, op. cit.).  

Molti italiani devono la vita ai greci che in gran numero giunsero in loro soccorso. Gli abitanti dell’isola hanno raccontato che per giorni la risacca portò sulla spiaggia di La Canea decine e decine di corpi cui i frati del luogo diedero sepoltura. Secondo i dati della Wehrmacht, dei 3.173 italiani che si trovavano a bordo si salvarono solo in 527, dei quali 24 morirono in un secondo momento. Nell’affondamento del Petrella, quindi, persero la vita 25 uomini della scorta tedesca e 2.670 italiani, cifra che nelle fonti italiane sale a oltre 4.000.

   Un altro incidente sul mare si verifica pochi giorni dopo, nella notte tra l’11 e il 12 febbraio, sul piroscafo Oria (3.000 tonnellate di stazza), salpato da Rodi Egeo alla volta del Pireo: vi erano imbarcati 4.190 prigionieri italiani e 30 soldati tedeschi addetti alla sorveglianza (Cifre registrate l’11 febbraio 1944 nel diario di guerra della divisione d’assalto Rodhos  - Ba-Ma. RH 26-1007). La nave scortata da tre torpediniere prese il largo alle ore 17.40, nonostante le avverse condizioni meteorologiche. Verso le 18.00 del giorno seguente scoppiò una violenta burrasca al largo di Capo Sounion (Attica). Il capitano della nave, pur avendo ricevuto l’ordine dal comandante del convoglio di accostare verso ovest, per motivi sconosciuti continuò la rotta verso nord. A circa 25 miglia dal porto del Pireo il mercantile, a causa dell’infuriare del fortunale, andò ad infrangersi sulla scogliera sud-orientale dell’isola di Gaidouronisi (denominata anche Goidano o Gaidaro, oggi Patroklou). Nonostante i segnali di soccorso inviati dall’Oria già dalle 18.45, le tre torpediniere di scorta continuarono a dirigersi verso il Pireo, dove giunsero tra le 22.00 e le 24.00 del 12 febbraio. E solo alle 23.30  venne data la notizia dell’incidente all’ammiraglio Lange, responsabile dei trasporti marittimi dell’area dell’Egeo, sottraendo così ore preziose alle operazioni di soccorso che, iniziate tra il 13 e 14 febbraio quando ormai la furia del mare aveva spezzato la nave e capovolto la poppa, riuscirono a recuperare solo pochi superstiti. Le stime sulle perdite sono contraddittorie. Secondo i dati forniti dall’ammiraglio Lange si salvarono 22 tedeschi, 2 membri dell’equipaggio e 11 prigionieri italiani, i quali furono trasportati ad Atene e successivamente deportati in prigionia; in base alle testimonianze dei superstiti italiani, gli internati sopravvissuti furono 21; per la direzione dei trasporti del Pireo, invece,  il numero dei prigionieri scampati al naufragio salirebbe a 49 unità. 

La memoria perduta

  Per anni la storiografia non si è impegnata a ricostruire e documentare adeguatamente le tragedie avvenute sul mare di cui furono vittime i nostri militari catturati dai tedeschi nelle isole ioniche e dell’Egeo dopo quel fatidico “8 settembre”.

   Va allo storico tedesco Gerhard Schreiber il merito di aver curato una meticolosa indagine grazie alla quale è stato possibile riportare alla luce le innumerevoli vicissitudini affrontate da migliaia di prigionieri italiani, poi vergognosamente dimenticati nella loro patria. 

    Un’altra nota di merito va a Luciano De Donno, responsabile del Gruppo di Studi e Ricerca Relitti “Submarina” di Lecce, per aver scandagliato i fondali marini e rinvenuto al largo dell’isola di Cefalonia i relitti delle navi Ardena e Alma. Nel 2010 è stato anche promotore, con il supporto di Telis Zervoudis, della prima spedizione italiana nelle acque dell’isola di Patroklou, dove è affondata la nave Oria.

Questo provetto organizzatore di  spedizioni subacquee, nonché appassionato di storia, è riuscito non solo a documentare con immagini fotografiche e filmati  i resti delle “navi negriere”, ma soprattutto a far riemergere la memoria dei tanti eroi silenziosi.

 

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