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Storia del ritrovamento del

Sommergibile Oceanico Italiano

“PIETRO MICCA”

Prima parte

 

 

Era da poco iniziata la primavera del 1994, il nostro gruppo era impegnato su un sito di una nave romana di  notevole importanza storica, per effettuare dei rilievi ed eventuali scavi.

Tra un immersione ed un’altra, nell’intervallo di superficie, si parlava del più e del meno, e tra una storia ed un’altra, saltò fuori quella del Micca.

Gioco del destino volle che il Com.te della nostra imbarcazione, fosse il figlio di uno dei soccorritori di allora, il mitico Michele Petracca comandante del motopeschereccio Isabella IV.

Da li a poco, feci di tutto per incontrare il caro Michele, e a distanza di pochi giorni il figlio mi fisso un appuntamento.

La voglia di conoscere tutta la storia e i dettagli di quel giorno, mi si leggevano negli occhi, difatti quando mi presentai al Com.te  Petracca, mi disse con voce al quanto austera, che intenzioni avessi.

Cercando di carpire più dettagli possibili, sul racconto, che Michele, con molta maestria mi illustrava, chiesi con voce sommessa se mi potesse accompagnare sul luogo dell’affondamento per effettuare la prima immersione dopo quel 29 luglio del 1943.

Mi senti rispondere  “ Tu sei fuori di testa ”.

Passati alcuni giorni mentre lavoravo al cantiere subacqueo, il tarlo dell’immersione su quel relitto diventava sempre più grande, come se qualcuno, nonostante i gravissimi rischi di un immersione a quella profondità, mi spingesse ad andare avanti.

Terminammo i lavori di rilievo sul relitto della nave romana, ma l’idea ormai era diventata quasi un tormento.

Eravamo ormai a metà Giugno e ne parlai al mio amico e compagno di immersione Giuseppe, che alquanto sbalordito, mi disse che anche lui stava cercando quel relitto.

Immaginate cosa accadde.

Parlammo con il Com.te Petracca e dopo averlo convinto a portarci sul punto dell’affondamento, iniziammo a distanza di pochi giorni il periodo di ambientamento ad elevate profondità.

Sino al giorno dell’immersione il 29 Luglio del 1994, anniversario dell’affondamento, riuscimmo ad effettuare solo sei immersioni entro i – 65 mt, per abituare il nostro organismo a quelle pressioni.

Tutto era pronto, eravamo tesi come delle corde di violino e come in un frullato di emozioni, paura, timore di non riuscire, e tutto quello che può passare per la testa di pericoloso, a noi era ormai di casa.

Arrivò il giorno del tuffo sul Micca, le autorità invitate sull’Isabella IV ci davano gli auguri di una buona riuscita. Buttato il pedagno di segnalazione sul punto aspettammo il via per andare in acqua.

Una volta in acqua Io e Giuseppe, controllate le ultime cose e dato l’OK ai subacquei di assistenza, ci guardammo per un attimo fissi negli occhi, e poi giù in picchiata su la cima del pedagno verso quello scafo carico di storia.

Arrivati a – 70 mt io guardai Giuseppe come a dire  “che Dio c’è la mandi buona” e ancora giù verso i – 85 mt.

Superati i -70 ci sentimmo come se la nostra mente e il nostro corpo stesse passando in un’altra dimensione, causa di questa sensazione era l’ ebrezza di profondità che stava liberamente invadendo ognuno di noi. Passati i primi momenti di stordimento, e grazie alla preparazione avuta in precedenza, riuscimmo ad andare avanti.

Arrivati a quota -78 iniziammo a intravedere in una luce spettrale, le camicie dei periscopi e poco dopo si mostro in tutta la sua grandezza come un animale ferito, inclinato sul lato sinistro lo scafo del Micca.

E’ inutile dirvi quali fossero le nostre sensazioni al cospetto di quello scafo.

Mentre guardavo lo scafo squarciato a Poppa via, pensavo a tutti quei ragazzi rinchiusi all’interno di quella tomba d’acciaio, ma come un paradosso, tutto intorno era un esplosione di vita.

Una moltitudine di pesci e di aragoste, popolava tranquilla quello scafo carico di vite stroncate quella mattina maledetta.

Mentre cercavamo di filmare il più possibile, il tempo inesorabile passava, e il momento della risalita era ormai vicino.

Ci avvicinammo alla cima di risalita, e mentre mi posai su quella tomba d’acciaio, ci fu qualcosa che provocò in me una sensazione stranissima, qualcuno dirà, era l’ebbrezza, può darsi, ma vi posso assicurare che ancora oggi non riesco a dare una giustificazione.

Non era l’ebbrezza, ne altro dovuto agli effetti della pressione sul nostro organismo.

Non voglio sembrare assurdo, ma era qualcosa di telepatico, come se qualcuno ci stava dando  la forza per ricordare coloro che si erano sacrificati per noi.

               

 

 

Luciano De Donno

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